De Bestiarum Naturis 188 – l’Animale Immaginario

Vivere un’esperienza, per me, è come immaginarla.

La versione simmetrica della frase,

anche quella, mi è familiare:

quando immagino, è come se vivessi.

 

Vivo la vita della goccia travolta dai venti nella nube,

e tremo mentre scrivo, terrorizzato dalla caduta.

Vivo la prospettiva della briciola in terra,

nell’attimo in cui sta per essere calpestata o dimenticata,

e chiudo gli occhi, alzo le mani.

 

Vivo il tremore dell’inchiostro

sparso su un foglio immenso

e vociante di tratteggi accalcati.

Allungo il collo per contare le voci,

sentire i passaggi di forma in forma,

di buio in buio.

 

L’occhio di luce che viaggia immobile

per miliardi di anni

e improvviso poi rimbalza

o s’infila in un’eterna fessura cieca.

 

Ma quando amo o mi ammalo

o parlo con qualcuno,

immagino me stesso mentre esisto:

mi guardo, mi controllo,

decido quale frase dire e quale smettere di pensare.

Mi immagino mentre mi immagino,

e non so se vivo.